Papà Renzi indagato, le indagini a orologeria e il giornalismo
2 min letturaUpdate 24/09/2014: Ovviamente lo stesso ragionamento per quanto mi riguarda vale anche per le accuse di massoneria a Renzi. Cioè l'odore di massoneria di cui parla nel suo editoriale di oggi De Bortoli merita quanto meno maggiore chiarezza. Sul Patto del Nazareno poi ho chiesto chiarimenti anche a Peter Gomez - direttore di Fattoquotidiano.it - che riprendeva e rilanciava su twitter l'articolo del direttore del Corsera.
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Sarò breve. Ieri appena si è saputo dell'indagine a carico del padre di Matteo Renzi per bancarotta fraudolenta diversi giornalisti soprattutto su twitter si sono dati da fare con commenti (seri o faceti) sulla magistratura ad orologeria: insomma Renzi figlio-premier avrebbe toccato le ferie dei magistrati o peggio Renzi è nel mirino di "apparati"...
Su facebook mi sono permessa di fare un appello ai miei colleghi giornalisti:
Stamattina una intervista di Donatella Stasio sul Sole 24 ore al Procuratore di Genova, Michele Di Lecce chiarisce bene la dinamica dei tempi
Vi siete posti il problema della scontata reazione che avreste scatenato con l'avviso di garanzia, ovvero l'accusa di «giustizia a orologeria»?
Certo, potevamo immaginarla, ma i tempi sono decisi da calendario, non da noi. Noi non abbiamo margini di discrezionalità. Dopo sei mesi, se l'indagine non è conclusa bisogna chiedere la proroga. Non potevamo farlo né due mesi prima né due mesi dopo. Lo ripeto: il procedimento penale è stato iscritto 6 mesi fa, quando ci sono arrivati i documenti a seguito della procedura fallimentare, anche se la dichiarazione di fallimento è intervenuta prima. Quindi, non ci siamo mossi d'ufficio. Decorsi i sei mesi dovevamo chiedere la proroga, che va notificata agli interessati. Contestualmente abbiamo inviato anche l'informazione di garanzia, per fornire più elementi di conoscenza agli indagati.
Questi sono i fatti. Aggiungo per la cronaca che a suo tempo Renzi si è dimesso dall'azienda sotto pressione del Fatto Quotidiano:qui l'articolo di Marco Lillo che chiedeva conto di questa assunzione
Il Comune e la Provincia di Firenze da quasi 9 anni pagano i contributi per la pensione del dirigente di azienda Matteo Renzi. Il problema è che l’azienda che ha assunto il giovane Renzi come dirigente 8 mesi prima di collocarlo in aspettativa (scaricando l’onere previdenziale sulla collettività) è della famiglia Renzi. Lo si scopre leggendo un documento del 22 marzo scorso: la risposta a un’interrogazione presentata dai consiglieri Francesco Torselli (Fratelli d’Italia) e Marco Semplici (Lista Galli). “Il dottor Matteo Renzi è inquadrato come Dirigente presso l’azienda Chil srl”, scrive il vicesindaco Stefania Saccardi e aggiunge “alla società presso cui risulta dipendente in aspettativa il dottor Renzi sono erogati i contributi previsti all’art. 86 comma 3 del Testo unico sugli enti locali”. La legge in questione impone all’Ente locale di provvedere al versamento dei contributi previdenziali, per gli amministratori locali che, in quanto lavoratori dipendenti, siano stati collocati in aspettativa non retribuita per assolvere al mandato.
Qui il premier riconosce a Marco Lillo la legittimità della richiesta di dimissioni e annuncia le sue dimissioni dall'azienda