Germania, la vittoria di Friedrich Merz fra vocazione europeista e maggioranza fragile
10 min letturaLe elezioni del 2025 in Germania si sono concluse esattamente come erano iniziate, con margini di imprevedibilità e colpi di scena. Il panorama che si delinea adesso è più incerto che mai.
Intanto, va sottolineato un afflusso record: più dell’80% dei tedeschi è andato a votare. Si tratta della percentuale più alta a partire dal 1990 e questo segnala senza dubbio una fiducia ancora forte negli strumenti della politica, che sia per mandare a casa il governo uscente o per segnalare con convinzione delle alternative.
In questo la Germania si distingue nettamente dall’Italia, in cui le ultime elezioni del 2022, che hanno portato Giorgia Meloni a diventare presidente del Consiglio, hanno visto un’affluenza inferiore al 64%, segnalandosi come le meno partecipate della storia repubblicana.
Di cosa parliamo in questo articolo:
Elezioni federali 2025: una vittoria, tante incertezze
Com’era prevedibile, il partito più votato in Germania è stata l’Unione dei cristiano-democratici della CDU e della sua gemella bavarese, la CSU. L’Unione, però, pur migliorando il suo risultato rispetto alle elezioni del 2021, non ha fatto faville. Il candidato cancelliere Friedrich Merz, attualmente cancelliere in pectore, si augurava infatti percentuali superiori al 30%, ma ha registrato solo il 28,6% e c’è chi gliene imputa la responsabilità.
Il probabile nuovo capo dell’esecutivo ha infatti commesso errori evitabili, durante una campagna elettorale in cui partiva favorito. E un errore non necessario è un errore più grave di quello commesso da chi non può fare altro che rischiare. Partendo da un vantaggio blindato, Merz ha azzardato la mossa del voto congiunto con AfD su una mozione anti-immigrazione, sull’onda emotiva per gli attentati di Aschaffenburg e Magdeburgo e probabilmente per attirare voti destinati all’estrema destra.
La sua manovra ha tuttavia innescato polemiche esterne, ma anche interne alla CDU, indebolendo l’autorità del suo leader e del partito. Appena due giorni dopo, infatti, la “Legge sulla limitazione degli afflussi”, sempre votata insieme ad AfD, è stata respinta. Anche a causa del “tradimento” di 12 membri della stessa CDU.
Quanto vale la parola di Friedrich Merz?
A minare la credibilità di Friedrich Merz ci sono anche le dichiarazioni contraddittorie rese su AfD fin dal 2021, quando è diventato leader della CDU. In quell’occasione aveva dichiarato “Nessuna collaborazione con Alternativa per la Germania”, minacciando addirittura l’espulsione dal partito per chiunque l’avesse proposta.
A luglio del 2023 aveva cambiato idea, non escludendo una collaborazione “a livello locale” e accendendo così l’entusiasmo di Tino Chrupalla, co-leader di AfD, che aveva scritto su X “stanno cadendo le prime pietre del Brandmauer e lo abbatteremo insieme”. Il riferimento era al “muro” che i partiti tedeschi hanno sempre tenuto alzato nei confronti dei partiti di estrema destra.
Ad agosto dello stesso anno era arrivata una nuova giravolta e Merz aveva dichiarato ad ARD di escludere ogni collaborazione con Alternativa per la Germania, “anche a livello comunale”.
Dopo il voto congiunto con AfD del 29 dicembre 2025, avvenuto non a livello comunale ma direttamente al vertice della politica federale e cioè al Bundestag, Merz ha ribadito i primi di febbraio che con AfD non ci sarà “alcuna cooperazione, alcun governo di minoranza, niente di niente”.
Nel duello televisivo che li ha contrapposti prima delle elezioni, Olaf Scholz ha dichiarato che della parola di Merz non ci si può fidare e onestamente è legittimo avere dei dubbi. Quale che sia il nuovo governo che Merz costruirà, almeno nelle prime fasi sarà inevitabile interrogarsi sull’affidabilità del nuovo cancelliere, visto che la coerenza non sembra essere il sale delle sue dichiarazioni di intenti.
Gli errori evitabili del futuro cancelliere
A parte questo, Friedrich Merz sembra in qualche modo già logorato dalla complessità delle situazioni attraversate prima ancora di mettersi alla prova come cancelliere. Durante la campagna elettorale è apparso incline a prendere decisioni avventate, in primis quella del voto congiunto, che gli ha nuociuto più di quanto lo abbia aiutato.
Anche alla vigilia delle elezioni del 23 febbraio, commentando le manifestazioni che hanno visto gli estremisti di destra e gli Antifa contrapporsi nelle strade di diverse città tedesche, ha scelto di attaccare i “matti dei verdi e della sinistra” e dichiarato che “la sinistra è finita. Non c'è più una maggioranza di sinistra e non c'è più una politica di sinistra in Germania”. Un’altra operazione non esattamente indispensabile, che in compenso ha esasperato l’ostilità dei contestatori.
Merz e i cristiano-democratici erano infatti già un obiettivo da attaccare sin dal momento del voto congiunto con AfD. Agli inizi di febbraio, in una capitale tedesca animata da almeno 160 mila manifestanti (250 mila, secondo gli organizzatori), molti ostentavano cartelli contro il candidato cristiano-democratico. L’attacco sferrato da Merz meno di venti giorni dopo, contro chi si è trovato a fronteggiare l’estrema destra in piazza, non può che aver peggiorato la situazione.
Se la CDU, infatti, può non aver bisogno della Linke, dei suoi elettori o della cosiddetta sinistra antagonista, i voti dei socialdemocratici o dei Verdi più conservatori potrebbero essere recuperabili con una strategia mirata. Operazione che le veementi dichiarazioni anti-sinistra del leader cristiano-democratico hanno sicuramente reso più difficile.
Insomma, è vero che il leader della CDU sarà quasi certamente il nuovo cancelliere tedesco, ma le ragioni sono sostanzialmente “ereditarie”. Merz si è infatti trovato alla guida di un partito con numeri sufficienti per arrivare primo (peraltro peggiorando i pronostici), nonché nella fortunata condizione di rappresentare l’opposizione a un governo che ha profondamente deluso l’elettorato. Sul piano politico, ha ancora tutto da dimostrare.
AfD secondo partito. E rischia di tenere in ostaggio il primo
AfD ha raddoppiato i consensi rispetto al 2021, diventando la seconda forza politica del Paese. Molto votato dai giovani e con percentuali stellari nella Germania dell’est, il partito è oggi molto più organizzato e potente, all’interno del Bundestag e fuori.
L’idea di un governo CDU/CSU con AfD è però altamente improbabile, a meno che Merz non voglia suicidarsi politicamente e forse neanche lui è imprudente fino a quel punto. Una coalizione che includesse l’estrema destra, infatti, non farebbe guadagnare voti se non ad Alternativa per la Germania, ma farebbe perdere ai cristiano-democratici consensi ad ampio spettro, alleanze politiche e la faccia.
AfD, in compenso, si prepara a un’opposizione che può permettersi di attaccare chi “non tiene conto del volere del popolo” ed esclude la seconda forza del Paese, per creare una coalizione con chi ha perso.
Se si profilerà una coalizione a traino CDU/SPD, come pare (i colloqui sono già stati avviati), i cristiano-democratici si troveranno addirittura a governare con i socialdemocratici di Scholz, il “grande sconfitto” di queste elezioni. In tal caso, AfD potrà costantemente “mirare e sparare” a un obiettivo facile.
Musk, Trump e i bot russi hanno spostato poco
Tutto liscio per l’estrema destra, quindi? In parte sì, ma c’è un fattore che balza all’occhio: i tedeschi sembrano avere relativamente snobbato le indicazioni di voto di Musk, Vance e Trump.
L’ottimo risultato raggiunto da AfD, infatti, riflette i sondaggi delle ultime settimane: non rappresenta una vera sorpresa, al massimo una conferma. A sorprendere, invece, è il fatto che poco o nulla abbiano spostato le strategie oblique e le ingerenze internazionali attivate per favorire l’estrema destra, che hanno fatto ipotizzare per AfD un risultato di gran lunga superiore al 20%.
L'endorsement degli Stati Uniti è stato infatti costante e penetrante. Musk ha interferito per mesi nella politica tedesca a supporto di AfD, con la sua voce, il modello algoritmico di X e arrivando addirittura a lanciare la campagna elettorale del partito. Il vice di Trump, J.D. Vance, ha inoltre esercitato pressioni notevoli sui partiti tedeschi allo scopo di spingerli a collaborare con Alternativa per la Germania, a meno di dieci giorni dalle elezioni.
Tutto questo senza contare l’ombra della macchina di disinformazione dei bot russi, come analizzata dalle inchieste che hanno messo il luce il tentativo di Mosca di influenzare le elezioni tedesche a favore di AfD, in una perfetta sinergia con i piani della destra statunitense. Dopotutto anche il Cremlino, come il nuovo inquilino della Casa Bianca, ha una lunga tradizione di supporto ai cosiddetti partiti antieuropeisti e che si presentano come anti-establishment.
Con questa “macchina da guerra” alle spalle, molti pensavano quindi che AfD avrebbe conquistato percentuali molto più alte di quelle raggiunte. Così non è stato.
Lo stesso stato maggiore di AfD, ci dice il Berliner Morgenpost, pare essersi mostrato sicuramente contento, ma non entusiasta, davanti alla sfilata dei primissimi dati che mostravano AfD al 19,5%.
Dall’analisi dei risultati elettorali, la base del partito risponderebbe più a dinamiche interne che esterne e lo sfoggio di muscoli degli imperialismi antieuropei non sembrerebbe aver impressionato molto la Germania. Un recente sondaggio di Bitkom mostra, tra l’altro, che l’88% dei tedeschi si dichiara preoccupato dalla possibilità che governi stranieri, individui o gruppi provenienti dall'estero, possano manipolare le elezioni del Bundestag attraverso i social media. Secondo gli intervistati prima imputata è risultata la Russia, seguita a breve distanza dagli Stati Uniti.
Merz, intanto, ha ribadito l’importanza di un’Europa più autonoma e indipendente dagli Stati Uniti, in particolare nella capacità di difesa militare. “Mancano cinque minuti alla mezzanotte in Europa”, ha dichiarato lunedì scorso, riferendosi a come la nuova amministrazione americana non possa più essere considerata garante delle alleanze finora esistite, tra cui la stessa NATO.
Gli sconfitti: tutti i partiti della “coalizione semaforo”
A perdere sono stati tutti i partiti che hanno guidato il precedente governo. L’SPD è crollato dal 25,7% delle precedenti elezioni al 16,4%: un vero disastro. Più dignitosa la sconfitta dei Verdi, che comunque hanno perso tre punti e si attestano all’11,6%, mentre il candidato cancelliere, Robert Habeck, ha dichiarato che non ricoprirà più incarichi di vertice nel partito.
I liberali dell’FDP, al 4,3%, sono fuori dal parlamento e il leader Christian Lindner ha annunciato il suo ritiro dalla politica. Lo stesso Lindner che, in campagna elettorale, scartava in anticipo eventuali partner di coalizione mentre i sondaggi lo davano già sotto la soglia di sbarramento e irrideva la sinistra di Die Linke con un sarcastico “buona fortuna!”.
Alla prova delle urne la Linke, contro ogni aspettativa, ha raddoppiato i consensi arrivando all’8,4% e il video in cui Lindner ride del partito è oggi diventato uno dei reel con cui in rete si festeggia la rimonta della sinistra, ma forse anche la sconfitta dell’FDP.
La rimonta della Linke e il tonfo del BSW
La Linke sembrava destinata ad avvizzire fuori dal parlamento e dalla politica attiva. A lungo sotto la soglia di sbarramento e dopo l’uscita del gruppo che ha poi formato il BSW di Sahra Wagenknecht, le speranze che il partito potesse riprendersi sembravano quasi nulle. Poi è successo qualcosa che lo ha fatto schizzare verso l’alto.
Molto si deve a quello che i media stanno iniziando a chiamare l’Heidi Hype, dove Heidi sta per Heidi Reichinnek, la giovane candidata di punta della Linke che ha dato una svolta alla comunicazione del partito.
Reichinnek ha portato la sinistra tedesca sulle piattaforme frequentate dai più giovani (Instagram e TikTok, soprattutto) e le ha usate come potenti aggregatori di nuove forze in linea con un programma incentrato, tra le altre cose, sulla necessità di aumentare il salario minimo e porre un tetto agli affitti. Questi temi sono infatti inevitabilmente destinati a intercettare un vasto bacino di giovani elettori, visto che trovare un appartamento e conquistare un’indipendenza economica è ormai diventato difficile anche in Germania, che si studi o si voglia iniziare subito a lavorare.
Dopo queste elezioni, quindi, la Linke festeggia, si prepara a costruire sul successo ottenuto e a pianificare un’opposizione che di sicuro darà filo da torcere a Friedrich Merz. Un buon bilancio.
Se la sinistra può dirsi pienamente soddisfatta, l’Alleanza Sahra Wagenknecht resta invece fuori dal parlamento. Fino a qualche mese fa la situazione sembrava invertita, con una Linke in crisi e un BSW destinato a rubarle voti come un figlio ingrato, oltre che a vampirizzare l’elettorato “moderato” di AfD.
All’indomani delle elezioni, invece, la Linke è entrata in Parlamento con un risultato che eccede anche le sue migliori previsioni, mentre l’alleanza di Wagenknecht si è fermata al 4,97%, non entrando al Bundestag per un soffio.
L’eurodeputato del partito Fabio De Masi denuncia irregolarità relative al voto dei cittadini tedeschi residenti all’estero, critica la diffusione di presunti exit poll fuorvianti nella mattinata del voto e annuncia ricorsi alla Corte Costituzionale di Karlsruhe. Per il momento, però, il BSW resta fermo un giro.
Prospettive di governo e la profezia di Oscar Wilde
Al momento la Germania si trova nella fase in cui dovrà formare un governo stabile e in ogni possibile scenario Merz non ha ampie possibilità di manovra, visti anche i numeri risicati raggiunti dopo le elezioni.
La GroKo con l’SPD è di sicuro la prima ipotesi di lavoro, ma il margine è davvero scarso, al punto che non viene neanche troppo spontaneo chiamare questa possibile nuova coalizione “Große”. “Grande Coalizione” è infatti un’espressione che normalmente indica un’unione tra i partiti più votati, ma in questo caso i socialdemocratici sono un peso piuma, su cui troneggia la “marea blu” di Alternativa per la Germania.
Ove l’alleanza si allargasse anche ai Verdi, si prospetterebbe invece una coalizione Kenya e cioè nero-rosso-verde, come i colori della bandiera dello Stato africano. Questa coalizione è però al momento puramente ipotetica, perché si scontra con l’opposizione aperta di Markus Söder, capo della CSU bavarese, che non è disposto in nessun caso a governare con i Verdi.
Il campo si restringe quindi a una “Grande Coalizione”, non più così grande, che dovrà affrontare una fase non facile per il paese (recessione, crisi dell’industria, crescita della disoccupazione, minaccia dei dazi statunitensi), la ristrutturazione interna di una SPD che dovrà ripartire da zero, l’opposizione di una Linke particolarmente motivata e l’ascesa di AfD, che potrebbe non fermarsi. Secondo fonti interne a CDU e SPD, Merz avrebbe già iniziato a discutere con i Social-Democratici per un possibile fondo di difesa da 200 milioni di euro, possibilmente senza toccare i vincoli di spesa.
L’approccio alle politiche sul clima, sulle migrazioni, sulle politiche industriali, sulle politiche commerciali finora intessute con Cina (per il mercato industriale), est Europa (per l’energia) e sicurezza (con gli Stati Uniti) dipenderanno dallo spazio di manovra che avrà il nuovo governo e dagli equilibri su cui reggerà, oltre che dal contesto globale in mutamento.
Nella commedia in quattro atti Un marito ideale, Oscar Wilde dice che “quando gli dei vogliono punirci, esaudiscono le nostre preghiere”.
Se lo scrittore irlandese ha ragione, non si mette bene per Friedrich Merz, l’eterno sconfitto della CDU durante l’era Merkel e l’uomo che ha atteso per decenni che arrivasse il suo momento. Ora il suo momento pare arrivato. Speriamo non abbia pregato troppo.
(Immagine in anteprima via Dave Keating)
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Alessandro Z
Governi nazionali così fragili e concentrati solo alle politiche dentro i propri confini, lasceranno spazio alla crescita della UE?