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Stupratori alla Casa Bianca

31 Marzo 2025 8 min lettura

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C’è un centro di gravità permanente intorno a cui da sempre le destre di ogni peso e qualità ruotano e verso cui ricadono, un punto fondamentale della loro ideologia, ed è questo: il disprezzo per le donne e le persone LGBTQIA+ (da molto prima che esistesse un acronimo per identificarle). Il controllo dei corpi delle donne, in particolare, è alle fondamenta del patriarcato conservatore, che si regge su un’idea di ordine e disciplina mantenute con la forza, e di maschilità aggressiva e onnipotente che deve essere esibita con costanza.

Il 9 maggio del 2023, una giuria popolare ha giudicato Donald Trump, all’epoca candidato in pectore del partito Repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti ed ex presidente, colpevole in sede civile di abusi sessuali contro la giornalista e scrittrice E. Jean Carroll, che lo aveva citato per diffamazione proprio in relazione alle sue rivelazioni sull’aggressione subita nel 1996 in un camerino dei grandi magazzini Bergdorf Goodman.

Nel 2017 Pete Hegseth, l’attuale Segretario alla Difesa, si è accordato in sede extragiudiziale per un risarcimento di 50 mila dollari nei confronti di una donna che lo accusava di violenza sessuale. Nel luglio 2024, l’attuale Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr ha risposto alle accuse di abusi sessuali avvenuti nel 1998 ai danni di una giovane donna, che all’epoca aveva assunto come baby sitter, dicendo: “Non sono un chierichetto”. RFK ha poi aggiunto di avere “talmente tanti scheletri nell’armadio che se potessero votare io potrei candidarmi a re del mondo”. Il primo nome proposto da Trump come Segretario alla Giustizia, il membro del Congresso Matt Gaetz, ha ritirato la sua candidatura solo dopo che la Commissione Etica della Camera ha pubblicato un dossier sulle sue frequentazioni con minorenni vittime di tratta, reato per cui il Dipartimento di Giustizia ha deciso di non perseguire Gaetz.

Potremmo continuare, ma il quadro è abbastanza chiaro: nell’amministrazione Trump, l’aggressione sessuale e lo stupro non sono considerati squalificanti, e non lo sono nemmeno per l’elettorato che ha portato Trump alla vittoria. In questo contesto, è difficile essere sorpresi dalle pressioni esercitate dall’attuale governo degli Stati Uniti perché ai fratelli Andrew e Tristan Tate, influencer misogini (la descrizione è loro) fosse possibile lasciare la Romania, dove sono sotto processo per una serie di reati a sfondo sessuale e traffico di esseri umani, per recarsi in Florida. Stato da cui sono prontamente ripartiti quando il Procuratore Generale James Uthmeier ha annunciato un’indagine per crimini sessuali nei loro confronti.

Non stupisce particolarmente nemmeno che Conor McGregor, irlandese campione di MMA a sua volta riconosciuto colpevole di stupro in sede civile, sia stato ricevuto con tutti gli onori da Trump stesso alla Casa Bianca e stia ora valutando di candidarsi alla presidenza della Repubblica d’Irlanda. Non è difficile intravedere cosa li accomuna.

Per capire meglio come siamo arrivati a questo, però, bisogna riavvolgere il nastro e tornare a ottobre 2017, quando la campagna #metoo (e gli analoghi in diversi paesi del mondo) scatena un dibattito globale sul tema dello stupro, degli abusi e delle molestie sessuali, sulla loro onnipresenza in ogni ambito, lavorativo e non, e sulla difficoltà delle vittime di essere credute. A innescare l’esplosione sono gli articoli di Jodi Kantor e Megan Twohey per il New York Times e quelli di Ronan Farrow per il New Yorker, che dettagliano anni di abusi da parte del produttore cinematografico Harvey Weinstein. 

L’opinione pubblica si divide, come sempre succede nei casi di alto profilo, ma per la prima volta il tema della cultura dello stupro esce dai collettivi femministi ed entra nelle conversazioni. Alcuni uomini cominciano a interrogarsi sul senso di quello che accade, sul privilegio maschile, le dinamiche di potere, l’impunità degli aggressori e il silenziamento delle vittime. Moltissimi, la maggior parte, rifiutano di mettersi in discussione in prima persona e si rifugiano nel vittimismo: non si può generalizzare, non siamo tutti così, chi ricompensa i poveri uomini accusati ingiustamente di stupro, eccetera.

Di norma, una campagna social dura il tempo di una fiammata. #metoo prosegue per settimane: i temi che porta alla luce vengono discussi per mesi, rimangono per anni. È un momento di resa dei conti che danneggia l’equilibrio da sempre precario dei rapporti fra uomini e donne, tenuto in piedi dal senso di impotenza delle seconde nei confronti dell’aggressività dei primi. È sempre stato così: che si parlasse di approcci indesiderati o violenze ignorate e impunite, le donne non hanno mai sentito di poter parlare liberamente. Quando lo fanno, tutte insieme e confortandosi le une con le altre, il quadro che tracciano è devastante.

È una ferita: non tanto per quello che viene rivelato, che è noto, ma per la determinazione con cui le donne reclamano uno spazio nel discorso pubblico, vogliono controllare la narrazione delle proprie esperienze, definire la violenza non come qualcosa che succede ma come qualcosa che qualcuno ha fatto, ribaltare il discorso spostando la responsabilità su chi compie le violenze, rifiutando lo schiacciamento su chi le subisce. Una scelta, una necessità di uomini che considerano – a livello più o meno conscio – la sopraffazione delle donne un elemento fondamentale della propria autodefinizione come maschi, e che per la prima volta vedono quell’assunto di base messo in discussione. C’è chi grida alla fine dell’erotismo, al terrore di “provarci”: nessuno, o quasi, si spinge a postulare la creazione di una cultura della sessualità basata sul consenso e sulla libera partecipazione di tutti i soggetti coinvolti. L’idea che l’erotismo sia basato su una dinamica di potere inscalfibile e “naturale” rende la critica radicale impossibile.

Che si tratti di una questione di dominanza maschile è evidente anche nel modo in cui gli uomini di potere parlano dello stupro quando questo è commesso da altri uomini che rappresentano un’intrusione simbolica e concreta nel loro territorio, una minaccia alla loro supremazia. La violenza sessuale diventa quindi condannabile (e le donne che la denunciano vengono credute) solo se a compierlo è un immigrato o qualunque soggettività maschile si voglia dipingere come nemico e bersaglio d’odio. Lo stesso Trump ha più volte accusato le persone migranti che cercano di attraversare il confine sud come “criminali e stupratori”, mentre quello che lui ha fatto a E. Jean Carroll non sarebbe mai successo perché “Non è il mio tipo”. Lo stupro come manifestazione di desiderio sessuale è una tessera quasi trascurabile dell’intero mosaico.

Le istruzioni abbaiate dai fratelli Tate, la costanza con cui ripetono che le donne vanno soggiogate, sottomesse, obbligate all’obbedienza, sono la manifestazione di picco della cultura che #metoo voleva smantellare, per sostituirla con una cultura della relazione, della vulnerabilità, della condivisione, della cura. Tutte caratteristiche molto più naturali, per l’essere umano, rispetto all’aggressività robotica e caricaturale messa in scena dagli influencer della misoginia: i fratelli Tate sono solo l’esempio più lampante di una sottocultura, la cosiddetta “maschiosfera”, che nel 2017 già esisteva, ma che da quel punto si coagula in un movimento sempre più visibile e rumoroso, fa proseliti, attira giovani uomini incapaci o indisponibili a mettersi in discussione. Li riempie di pseudoscienza sulla natura e sugli ormoni, di dati distorti o parziali, di propaganda antifemminista e contro le donne. Li sobilla con l’idea di un ritorno a un’età dell’oro, vaga come tutte le età dell’oro, in cui gli uomini regnano sulle donne e l’ordine è ristabilito.

I cambiamenti richiedono tempo, e il cambiamento basato sul rancore non evolve mai in positivo: anzi, si incancrenisce, divora chi lo nutre e chi gli sta intorno. Gli anni successivi al 2017 sono un momento di grande vivacità per i femminismi: il movimento Non una di meno si espande dall’Argentina e arriva anche in Italia, le manifestazioni di piazza sono vivissime e partecipate, e una nuova leva di giovani e giovanissime inizia a fare attivismo su tutti i fronti, quello femminista ma anche quello ecologista ed LGBTQIA+. 

Come tutte le ondate dei femminismi, naturalmente, anche la quarta (costruita sull’ultimo colpo di coda della terza: le promotrici delle campagne contro le molestie sono per lo più ultraquarantenni, formate al femminismo negli anni '90) è destinata a infrangersi e fare risacca. L’accelerazione dei cicli della storia e la pandemia da Covid-19 danno un contributo significativo, ma forse la responsabilità maggiore è in capo alla politica e agli uomini, che invece di assumersi il compito di ridiscutere la maschilità hanno preferito dissociarsi e lasciar correre. A poco sono servite le aperture (chiare, reiterate e sostenute nel tempo) dei femminismi alla partecipazione degli uomini e dei ragazzi come soggetti attivi e non semplici sostenitori: è mancata la volontà.

Certo, sarebbe stato tutto più semplice se il movimento delle donne fosse stato (o fosse tuttora) compatto, senza alcuna defezione o collaborazione: non contro qualcuno, ma per qualcosa, per una vita libera e autodeterminata per ogni essere umano, a prescindere dalla sua identità e assortimento cromosomico. Non è mai stato così. Le donne trumpiane sono contemporaneamente complici e scudi umani di un assetto patriarcale che le premia finché non decide che hanno assolto alla loro funzione e possono essere rispedite in cucina. 

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Non è difficile identificare nelle varie figure femminili che circondano Trump un modo di pensarsi individui eletti, donne che hanno scelto di celebrare la propria femminilità all’ombra di una maschilità apertamente violenta, raccontandosi di essere migliori, più sensate e più empowered di quelle poverette delle femministe. Karoline Leavitt, Kimberly Guilfoyle, Lara Trump, le conduttrici di Fox News, le trumpiane come Candace Owens o Caitlyn Jenner (che è una donna trans, ma è pure una persona ricca) sono tutti esempi di donne che hanno scelto di assicurarsi un posto in paradiso, da cui possono prendere a calci in faccia le altre contribuendo a negare diritti di base come l’aborto, le cure per l’affermazione di genere, il sostegno alla genitorialità.

Le personalità narcisiste come Trump, aggregatore di un culto distruttivo, sono prive di morale e valutano tutto secondo la convenienza. Il sostegno di Andrew Tate, uno che dice apertamente che lo stupro è un diritto maschile (e non è l’unico: il podcaster Jack Murphy, che durante la campagna elettorale ha ospitato il candidato vicepresidente J.D. Vance, nel 2015 scriveva che “le femministe hanno bisogno di essere stuprate”), è funzionale ad attirare gli uomini che lo seguono. Non solo non è squalificante, è direttamente simbolico del tipo di maschilità che si vuole rappresentare: per citare un antico slogan pubblicitario, quella dell’uomo che non deve chiedere, mai. Da questo vicolo cieco dell’umanità si può uscire solo se gli uomini comprendono il valore della propria liberazione dalle costrizioni patriarcali, e sono disponibili a barattare questo potere vuoto e disperato con la realizzazione di sé al di fuori delle logiche di dominio.

(Immagine anteprima: frame via YouTube)

 

2 Commenti
  1. Margherita

    Non mi è ancora chiaro come si possa accordarsi in sede civile per un reato... In Italia penso che non sarebbe possibile dato che c'è l'obbligatorietà dell'azione penale... Se pensi che una persona non possa essere condannata oltre ogni ragionevole dubbio tenti un procedimento civile, e lei accetta perché è preferibile che essere trascinato in un processo penale? Ma dopo questo si può anche andare in penale o il reato si estingue?

    • Valigia Blu

      Ciao Margherita, in sede civile nel senso che sono richieste di risarcimento. Nel caso di McGregor non si è per esempio proceduto in sede penale perché il procuratore aveva deciso di non portare avanti il caso (per insufficienza di prove).

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