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L’invasione dell’Ucraina tre anni dopo: lo stato del conflitto e le incognite per l’Europa

28 Febbraio 2025 11 min lettura

L’invasione dell’Ucraina tre anni dopo: lo stato del conflitto e le incognite per l’Europa

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L’invasione su larga scala dell’Ucraina decisa da Putin nel 2022 entra nel suo quarto anno sotto presagi poco rassicuranti per il paese aggredito.

Come aveva dichiarato più volte nel corso della campagna elettorale, Donald Trump sta agendo in modo deciso per mettere fine alle ostilità, rapidamente e in un modo tutt’altro che favorevole all’Ucraina.

A partire dal giorno dell’insediamento, le iniziative intraprese dal Presidente degli Stati Uniti sembrano infatti orientate alla volontà di modificare profondamente il posizionamento del suo paese rispetto ad alleati e avversari globali.

Riattivando le relazioni diplomatiche con Mosca, Trump è tornato a riconoscere a Putin la dignità di interlocutore che questi aveva perso nel febbraio del 2022, rompendo l’isolamento a cui i paesi occidentali lo avevano relegato in seguito all’attacco condotto contro l’Ucraina.

Nel farlo, il presidente degli Stati Uniti ha manifestato uno dei suoi capisaldi in politica estera: il disimpegno dalla difesa dell’Europa, lasciando al vecchio continente la responsabilità e l’arduo compito di (ri)costruire autonomamente una politica estera e una strategia di difesa comuni.

È innegabile che la linea del Presidente degli Stati Uniti abbia impresso alla piega degli eventi una forte accelerazione; l’accordo firmato pochi giorni fa con Zelensky in merito alla sfruttamento delle risorse minerarie ucraine è solo un esempio, eclatante, della risolutezza con cui Trump si muove in questa fase. Tuttavia gli effetti prodotti dalle sue decisioni sono ancora ben lontani dall’essere chiari e, al momento, lo scenario sembra essere ancora fluido e in via di assestamento.

Il cessate il fuoco, per esempio, che sarebbe condizione necessaria per intavolare una trattativa di qualsiasi genere, non è ancora stato raggiunto e, sulla linea di contatto le forze armate russe e ucraine si fronteggiano ancora in quella che, da molti mesi, è una guerra d’attrito assai dispendiosa in termini di vite ed equipaggiamenti.

Seppur oscurata dagli sviluppi politici, la situazione sul campo sarà uno degli elementi che influenzeranno le trattative.

Per questo motivo - e per evitare di cadere preda di ingiustificati entusiasmi o, viceversa, di umori nefasti - oltre a quello diplomatico è utile delineare anche l’attuale scenario del campo di battaglia.

Vittoria e sconfitta nel contesto dell’invasione dell’Ucraina

Quelli di vittoria e sconfitta sono due concetti che attinenti al campo della guerra. Tuttavia, applicarli a un contesto reale non è sempre così scontato come può apparire e definire chi stia vincendo o perdendo una guerra quando essa è in corso è un esercizio scivoloso.

Vittoria e sconfitta, nell’ambito bellico, sono strettamente legate a un altro concetto: quello di end state, alla lettera “stato finale”. Lo stato finale è l'insieme delle condizioni che determinano se gli obiettivi politici di un conflitto sono stati o meno raggiunti.

Nel caso dell’invasione dell’Ucraina, l’end state del paese aggredito è tutto sommato semplice da capire: respingere la forza d’invasione, liberare i territori occupati e ottenere garanzie credibili rispetto alla propria sicurezza e autodeterminazione.

Quello russo, al contrario, sembra essere più opaco e, soprattutto, fluido. Al momento, possiamo pensare di descriverlo nel modo seguente: ridefinire i confini ucraini, consolidando il controllo sulle regioni di Donec'k, Luhans'k, Zaporižžja e Kherson, e impedire che il paese prosegua il  percorso di avvicinamento all’Unione Europea e alla NATO, bloccandolo o per via diplomatica o attraverso l’insediamento di un governo favorevole a Mosca.

Attualmente  nessuno dei due paesi è vicino a ottenere questi risultati sul piano militare. Entrambi però possiedono elementi di vantaggio che potrebbero favorirli ed elementi di svantaggio che potrebbero ostacolarli.

La situazione delle forze armate russe a tre anni dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina

In questo momento, le forze armate russe hanno in mano l’iniziativa nel conflitto e, fin dall’autunno del 2023, sono orientate a una postura offensiva. Da più di un anno sono perciò impegnate ad attaccare le posizioni ucraine.

Per farlo, si affidano a una combinazione di bombardamenti aerei tattici, bombardamenti di artiglieria e assalti frontali condotti sia con mezzi corazzati che con mezzi di altro tipo come, per esempio, automobili o motociclette, ma anche da squadre che si muovono a piedi.

Attaccare frontalmente le posizioni ucraine è una tattica incredibilmente dispendiosa in termini di vite ed equipaggiamenti.

Per dare una misura di quanto possa esserlo e avere così un termine di paragone, nella dottrina militare Nato un attacco, per garantire probabilità di successo accettabili, deve essere condotto con una una superiorità di 3 a 1 rispetto all’avversario e, preferibilmente, da una forza militare che sia in possesso della cosiddetta “superiorità aerea”. Con questa espressione ci si riferisce al controllo del dominio aereo del campo di battaglia, ottenuto eliminando il maggior numero possibile di sistemi di difesa terra aria del nemico.

Alle forze armate russe questa condizione manca, perché lo spazio aereo ucraino rimane conteso e nessuno dei due schieramenti in campo ne detiene il controllo completo. Allo stesso modo, diversamente da quanto accaduto in altre fasi dell’invasione, nel corso dell’ultimo anno le forze armate ucraine sembrano aver ottenuto una sorta di parità in termini di potere di fuoco che consente loro di rispondere in modo efficace sia agli assalti che ai bombardamenti nemici.

Lo svantaggio che ne deriva, e che si misura nel numero di perdite umane e materiali sostenuto dai russi negli ultimi mesi, è in buona parte colmato grazie alla maggior quantità di personale. Il numero degli effettivi permette ai comandi russi di lanciare un elevato numero di attacchi contro le posizioni ucraine, mettendone sotto pressione le difese. In modo lento ma costante, le forze armate russe sono così state in grado di avanzare lungo tutto l’arco del fronte, che resta costantemente attivo da nord a sud.

Tali avanzate sono però contenute in termini di distanza, limitate a poche centinaia di metri o qualche chilometro al giorno, e in circa 18 mesi di offensiva senza soluzioni di continuità hanno permesso alle truppe russe di conquistare soltanto una limitata porzione di territorio.

Ma, soprattutto, a oggi, i risultati ottenuti dalle forze armate russe non sono stati in grado di assicurare loro alcun vantaggio di carattere operativo e strategico e, dunque, di spostare in modo significativo l’equilibrio sul campo.

Un esempio significativo di questa dinamica è dato dalla battaglia per la cittadina di Pokrovsk, nell’oblast' di Donec'k. Si tratta di un hub logistico di fondamentale importanza per la tenuta di quel settore del fronte. Per le forze armate ucraine abbandonare la città significherebbe dover ristrutturare completamente la logistica del settore e doversi pertanto ritirare su posizioni più arretrate.

Le truppe russe si trovano nelle vicinanze della città fin dalla fine del mese di agosto del 2024, quando la caduta della città era data per imminente da diversi analisti. Eppure la città continua a resistere e, nei suoi dintorni, gli ucraini sono anche in grado di lanciare contrattacchi e riconquistare posizioni utili ad alleggerire la pressione russa sulla città.

Nulla esclude che Pokrovsk possa cadere nei prossimi mesi o nelle prossime settimane. Ciononostante l’esempio mostra come, per quanto avanzino, le truppe russe lo fanno con lentezza e solo a costo di notevoli sacrifici umani e materiali.

Se per Putin il controllo sulle regioni di Donec'k, Luhans'k, Zaporižžja e Kherson è una delle condizioni di vittoria bisogna perciò chiedersi per quanto tempo siano sostenibili sforzi di questa portata.

La situazione delle forze armate ucraine a tre anni dall’inizio dell’invasione russa

A lungo si è detto che il fattore tempo gioca a sfavore dell’Ucraina; i fatti permettono di mettere in dubbio questa lettura.

Lo fanno perché, fallita la controffensiva dell’estate 2023 e messa temporaneamente da parte la speranza di recuperare militarmente i territori occupati, la strategia ucraina sembra sempre di più orientata a concedere al nemico spazio per ottenere in cambio di tempo.

Tempo necessario a logorare la capacità e la volontà di combattimento delle forze armate russe e delle loro truppe e a imporre alla società del paesi invasore un costo sempre più alto in termini sia economici che di vite umane.

Appesantita dal costo dello sforzo bellico e ostacolata dall’azione delle sanzioni, l’economia russa mostra segni di “surriscaldamento” che sollevano interrogativi sulla sua capacità di continuare a reggere un impegno gravoso come una guerra d’invasione, così come l’alto numero di vittime solleva interrogativi sulla tenuta del corpo sociale del paese.

Sia chiaro, siamo molto lontani dalle spacconate di chi, nelle prime fasi del conflitto, sosteneva che l’economia russa non avrebbe resistito più di una settimana alle sanzioni occidentali. I fatti hanno dimostrato che non è così.

Consapevoli di quanto il fattore economico e sociale sia centrale nel determinare la volontà e la capacità della Russia di continuare il conflitto, negli ultimi mesi le forze armate ucraine si sono adoperate per accelerarne l’entropia.

Nel corso del 2024, per esempio, il numero degli attacchi contro infrastrutture in territorio russo è aumentato considerevolmente.

È stato possibile farlo grazie allo sviluppo di un complesso di bombardamento strategico composto da droni e missili di progettazione e produzione ucraina, che permettono di bypassare i limiti imposti dagli alleati all’utilizzo di alcuni sistemi d’arma nello spazio sovrano russo.

A essere colpiti con successo sono stati soprattutto basi aeree, depositi di munizioni e infrastrutture energetiche come raffinerie e depositi di idrocarburi. La distruzione o il danneggiamento dei primi due tipi di bersagli colpisce direttamente l’efficacia della forza d’invasione, mentre quello dei bersagli del terzo tipo l’economia interna e le esportazioni russe.

Dal punto di vista sociale, invece, l’operazione ucraina di maggior impatto è stata senza dubbio la sortita e la successiva occupazione dell’oblast' di Kursk.

Portando la guerra sul territorio russo, i comandi ucraini hanno, da una parte, reso consapevole la popolazione del paese che la guerra è reale. Dall’altra parte hanno mostrato che l’invasione ha reso il paese e dimostrato che Putin è incapace di proteggerlo.

Nonostante l’autocrate russo abbia dichiarato che il territorio perso sarebbe stato riconquistato, le truppe ucraine ne occupano ancora una parte consistente.

Dal punto di vista militare è un successo di una certa rilevanza. I comandi ucraini hanno infatti trasformato la regione di Kursk in una sorta di fortezza. Per riconquistarla i comandi russi hanno scelto di impiegare circa 30.000 uomini, di cui fanno parte anche 11 mila soldati nordcoreani, inviati come rinforzi dal leader del paese asiatico Kim Jong-un.

Una forza notevole sul piano numerico, che le truppe ucraine affrontano cercando di infliggerle il maggior numero possibile di perdite senza per questo dover mantenere a ogni costo le loro posizioni.

È evidente infatti che i comandi ucraini non abbiano alcuna intenzione di annettere l’oblast' di Kursk, e possono perciò pianificare ritirate graduali e tutto sommato sicure quando una posizione si dimostra impossibile da tenere, continuando nel frattempo a rallentare e a colpire le truppe russe.

Liquidata troppo frettolosamente da alcuni analisti come una mossa scriteriata, l’occupazione di Kursk si è rivelata fondamentale per alleggerire la pressione che le forze armate russe stavano esercitando sul fronte nell’estate del 2024, contribuendo a stabilizzarne la situazione.

Se uno snodo cruciale come Pokrovs'k ha continuato a essere difeso con successo fino a oggi è anche perché i comandi russi continuano a impiegare numerose risorse nell’oblast' di Kursk invece che lungo il fronte in Ucraina.

Purtroppo per il paese invaso non si tratta di operazioni in grado di ribaltare da sole la situazione. All’Ucraina manca infatti quello che il suo avversario sembra possedere in abbondanza: soldati.

Molti battaglioni ucraini impiegati oggi sul campo operano con un numero di effettivi troppo basso. Il reclutamento di nuove truppe procede a rilento e i casi di diserzione sono in aumento.

Circostanze su cui pesano sia il costo che la guerra esige, che è alto in termini di vite e ormai fin troppo evidente, sia una serie di casi di cattiva gestione delle truppe da parte di ufficiali ancora troppo legati alla cultura militare di impostazione sovietica.

Nonostante l’ottimismo dei primi mesi di guerra sembra ormai svanito e la volontà di combattere delle truppe ucraine meno salda, tra i soldati sembra aleggiare una sorta di “cupa determinazione” per la quale la vittoria sarà certa, ma esigerà un costo insostenibile.

La difficile prospettiva per l’Ucraina e l’Europa

L’attuale situazione sul campo di battaglia suggerisce che una soluzione militare al conflitto sia oggi poco probabile. Nessuna delle due parti in guerra è vicina a ottenere i propri obiettivi politici e non sembrano esserci le condizioni per cui l’equilibrio raggiunto fino a questo momento possa essere spezzato.

La guerra dunque continua, con la dinamica che l’ha caratterizzata nel corso dell’ultimo anno e mezzo: i russi attaccano e gli ucraini si difendono. Difficile prevedere se e come questa dinamica possa cambiare passando, per esempio, da una lunga e statica fase di attrito a una fase di manovra più fluida e dinamica.

Ciò che è sicuro è che la situazione sul campo avrà un peso al tavolo delle trattative ed è per questo che entrambe le parti continuano a combattere nonostante le difficoltà che si trovano ad affrontare.

Per farlo hanno tutte e due bisogno di supporto: gli Ucraini di quello materiale che gli alleati occidentali hanno loro fornito fino a questo momento. Un supporto di cui sembra dovranno essere i paesi europei a farsi carico, visto il disimpegno statunitense dal conflitto iniziato da Trump in queste settimane.

Davanti ai paesi membri dell’Unione si aprono ora molte possibilità di azione, di cui nessuna sembra essere facile o indolore. Qualora si dovesse arrivare alla cessazione delle ostilità, il primo ministro britannico Stramer si è per esempio detto pronto a inviare in Ucraina una forza di peacekeeping come deterrente contro eventuali future aggressioni

Altri paesi sono pronti a continuare a sostenere lo sforzo bellico ucraino con l’invio di nuovi, consistenti aiuti militari. È il caso della Spagna che, negli ultimi giorni, ha approvato un nuovo pacchetto di aiuti del valore di un miliardo di Euro. E un ulteriore pacchetto di aiuti, questa volta da 20 miliardi di Euro, sembra sia in preparazione grazie al lavoro di altri leader europei. 

Il prossimo cancelliere della Germania, Friedrich Merz, starebbe invece spingendo per un fondo da destinare alla difesa da approvare prima della fine dell’attuale legislatura. Questo per evitare che la decisione venga rimandata al Parlamento appena uscito dalle elezioni, dove l’opposizione alle spese militari potrebbe essere più preponderante. Dopo la vittoria di domenica, Merz, storico atlantista, ha immediatamente palesato la necessità per l’Europa di rendersi indipendente dagli Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda la capacità difensiva.

Misure importanti, che, nel breve periodo e su un piano tattico, dovrebbero garantire all’Ucraina il sostegno di cui il paese ha bisogno per continuare a resistere all’aggressione imperialista russa.

Sul piano strategico, l’Europa attuale appare impreparata a fronteggiare la minaccia che Putin proietta sui paesi del vecchio continente. Per esserlo, anche e soprattutto di fronte al disimpegno statunitense dalla difesa del vecchio continente che Trump sembra deciso a portare avanti, le forze armate dei paesi europei potrebbero avere bisogno di 300 mila soldati in più e di almeno 250 miliardi di Euro in spese militari.

Putin, al contrario, ha bisogno di tornare a poter giocare da protagonista sul piano diplomatico internazionale e, soprattutto, di riuscire ad allentare la presa delle sanzioni per stabilizzare l’economia russa e permetterle di continuare a sostenere lo sforzo bellico senza scossoni a livello sociale.

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In questo caso, le mosse di Trump hanno facilitato alcune di queste condizioni ma non è detto che tali scelte avvicinino alla pace.

Se le richieste russe resteranno quelle massimaliste espresse da Putin nel giugno del 2024 la fine della guerra continuerà a restare un miraggio.

(Immagine anteprima via Flickr)

 

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