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Cosa vogliono gli abitanti di Gaza. L’inchiesta di Foreign Affairs

28 Febbraio 2025 8 min lettura

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Cosa vogliono gli abitanti di Gaza. L’inchiesta di Foreign Affairs

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Nelle settimane successive al fragile cessate il fuoco del 19 gennaio e all'accordo con Hamas che prevedeva la liberazione di ostaggi in cambio di prigionieri, la questione di cosa dovrebbe accadere a Gaza e ai suoi 2,1 milioni di abitanti è diventata di grande attualità. La guerra ha distrutto gran parte di Gaza, con le sue scuole, gli ospedali, le infrastrutture civili e l'ambiente ormai in macerie e una parte enorme della popolazione che ha perso le proprie abitazioni. La costante minaccia di una rottura del cessate il fuoco, che scade questo sabato 1 Marzo, ha alimentato il timore quotidiano di ulteriori devastazioni. 

Le discussioni sulla fase 2 del cessate il fuoco sarebbero dovute iniziare dopo 16 giorni, ma finora Israele si è rifiutata di iniziare i colloqui e ha annunciato che non evacuerà il corridoio Philadelphi, come previsto dalla fase 1 degli accordi. Con il sostegno del neo-presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, Israele ha invece messo Hamas di fronte ad una scelta: una volta consegnati i corpi degli ultimi 4 ostaggi previsti dalla fase 1 del cessate il fuoco, Hamas può scegliere di a) dissolversi ed esiliarsi, lasciando a Israele il controllo di Gaza; b) continuare a rilasciare ostaggi per prolungare il cessate il fuoco (invece di iniziare la fase 2 dei colloqui), senza garanzie che Israele rilasci i prigionieri palestinesi; c) tornare alla guerra che, di fatto, in queste settimane non è stata sospesa del tutto, considerato che le operazioni militari si sono allargate alla Cisgiordania, dove l’esercito israeliano ha sfollato 40.000 palestinesi dalle proprie abitazioni. Inoltre, le autorità di Gaza hanno denunciato violazioni quasi giornaliere del cessate il fuoco. 

A rendere ancora più fragili gli equilibri ci sta pensando poi proprio Trump con la sua proposta di sfollare gli abitanti della Striscia e fare di Gaza un resort: un piano che altro non è che pulizia etnica

Ma cosa pensano gli abitanti di Gaza sopravvissuti a 15 mesi di attacchi israeliani sul loro futuro, sulla governance dei loro territori e su quali possono essere le vie per la risoluzione del conflitto in atto? Ha provato a raccogliere le loro voci un’inchiesta per Foreign Affairs, condotta prima del cessate il fuoco da parte del gruppo di ricerca Artis International e dal Changing Character of War Centre dell'Università di Oxford e dal Palestinian Center for Policy and Survey Research (PSR). 

Secondo quanto rilevato dall’indagine – per la cui realizzazione sono state intervistate 500 abitanti di Gaza di età compresa tra i 18 e gli 83 anni – sebbene questi quindici mesi di guerra sembrano aver diminuito il consenso di Hamas, ancora minore sostegno raccolgono le alternative, come l’OLP. La guerra ha rafforzato i valori legati all’identità palestinese e religiosa, all’attaccamento alla terra, da difendere anche a costo di un grande sacrificio personale. E, in questo momento, la soluzione a due Stati sembra un orizzonte lontano.

Circa la metà degli intervistati ha dichiarato di aspettarsi la pace, il 44% una tregua a lungo termine (simile a quella proposta da Hamas in passato) e il 7% un ulteriore conflitto. Del 44% che prevede la pace, un’ulteriore si aspetta questa soluzione dopo un lungo negoziato (24%) e un’altra (25%) crede che la fine del conflitto arriverà con la dissoluzione di Israele (25%). Gli intervistati che si aspettavano una tregua provvisoria o la guerra credono che israeliani e palestinesi non raggiungeranno una pace permanente perché le concessioni necessarie saranno respinte dalla parte avversa o saranno troppo dolorose da contemplare da una o entrambe le parti. 

Quanta presa ha Hamas?

Una delle domande principali riguardava quale soluzione fosse ritenuta accettabile e realistica per il conflitto israelo-palestinese. Se prima dell’inizio delle guerra, una precedente ricerca aveva rilevato che una netta maggioranza dei palestinesi a Gaza sosteneva la nascita di due Stati e solo il 20% era per una soluzione militare che avrebbe potuto portare alla distruzione di Israele, lo scorso gennaio, meno della metà, il 48%, era ancora per la soluzione a due Stati, ma praticamente altrettanti, il 47%, sosteneva la dissoluzione di Israele. Solo il 5% ha considerato accettabile e realistica una soluzione che portasse alla costituzione di uno Stato democratico e binazionale con pari diritti per arabi ed ebrei.

Inoltre, solo un quinto del 48% che ritiene ancora perseguibile la strada dei due Stati ha risposto di sostenere una soluzione conforme alle risoluzioni delle Nazioni Unite basate sui confini del 1967. Il restante 80% di questo gruppo chiede il “diritto di ritorno” dei discendenti dei rifugiati palestinesi nelle case in Israele (17%) o il ritorno al piano di divisione delle Nazioni Unite per la Palestina del 1947 (11%). Tra coloro che sono per la dissoluzione di Israele, una netta maggioranza ha detto di essere favorevole alla creazione di un unico Stato sotto la legge della sharia che tollererebbe una presenza ebraica ma concederebbe agli ebrei diritti non del tutto completi (27%).

Questo maggiore sostegno a posizioni massimaliste non è sorprendente. I palestinesi credono che la leadership israeliana faccia gli interessi israeliani in maniera nettamente migliore di quanto non faccia quella palestinese per i palestinesi stessi. Tra il fallimento di Oslo, una presidenza Trump che invoca la pulizia etnica di Gaza e la crisi generale del rules-based order internazionale, i palestinesi potrebbero essere ragionevolmente scettici di fronte a un sistema internazionale che dovrebbe non solo portare a un negoziato equo, ma anche a far rispettare gli accordi eventualmente raggiunti. 

Per quanto riguarda il sostegno popolare ad Hamas, è andato crescendo con l’andare avanti della guerra per poi scendere negli ultimi mesi. Prima del 7 ottobre 2023 la popolarità di Hamas era in calo e si attestava intorno al 36%. Hamas pagava la difficile situazione economica dovuta all’embargo della Striscia e la mancanza di prospettive di resistenza armata contro Israele, o di creazione di uno Stato palestinese. Secondo il direttore del PSR, Khalil Shikaki, l'attacco di ottobre potrebbe essere interpretato come un tentativo di Hamas di uscire da uno status quo politicamente intollerabile. E questo potrebbe aver portato ad aumentare la sua credibilità tra gli abitanti di Gaza. A marzo 2024 un sondaggio PSR ha rilevato infatti che il sostegno al controllo di Hamas nella Striscia di Gaza superava il 50%, perché nonostante la distruzione e gli sfollamenti, metà dei gazawi credeva che Hamas stesse raggiungendo i propri obiettivi. Nel gennaio 2025 il sostegno ad Hamas è sceso al 20%, secondo l’inchiesta per Foreign Affairs. A incidere la decimazione dei vertici del gruppo e l'ulteriore distruzione di Gaza.

Ancora minore, però, è il sostegno ad altre fazioni politiche, come l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP). La maggior parte degli intervistati ha risposto che nessun gruppo al momento li rappresenta adeguatamente e ritiene che la leadership israeliana sia molto più rappresentiva della società israeliana rispetto alla leadership palestinese. 

Tuttavia, secondo l’inchiesta, Hamas sta cercando di colmare questo vuoto di leaderhship favorita dall'assenza di un piano alternativo praticabile per la governance palestinese e dagli annunci reiterati di Trump di sfollare forzatamente gli abitanti di Gaza e fare della Striscia una sorta di resort. 

É questo un punto chiave. Israele non puó raggiungere il suo obiettivo dichiarato di sradicare politicamente e militarmente Hamas da Gaza senza offrire un processo politico che porti alla creazione di uno Stato palestinese. Se l’unica prospettiva per i palestinesi rimane resistenza o espulsione, Hamas rimane la più forte tra le deboli fazioni palestinesi a Gaza. 

La minore fiducia nei confronti di Hamas non significa, però,  un disimpegno negli ideali politici che il gruppo porta avanti. Molti intervistati hanno detto di essere disposti a costosi sacrifici personali (incluso combattere e morire) per raggiungere obiettivi specifici come la sharia come legge del paese, il diritto dei rifugiati e dei loro discendenti di tornare alle case che hanno perso nella creazione di Israele nel 1948 e la ricerca della sovranità nazionale per i palestinesi. Il conflitto con Israele è stato tendenzialmente interpretato in termini religiosi più che politici, inteso come una guerra di liberazione dei musulmani dall’oppressione ebraica. Di nuovo, gli autori del report sottolineano come sia normale che una popolazione che sente di essere a rischio reale di pulizia etnica ed espulsione si rifugi nella propria identità. 

In sintesi, gli intervistati hanno sottolineato che la forza spirituale degli abitanti della Striscia consente di colmare la debolezza fisica e militare rispetto agli israeliani e hanno detto di ritenere più importante la causa della sovranità nazionale rispetto anche alla salvaguardia delle sicurezza della propria famiglia. Tutto questo – prosegue l’inchiesta – suggerisce che, sebbene solo una parte degli intervistati ha detto di considerare non negoziabili i valori fondamentali associati all’identità palestinese, è altamente improbile che gli abitanti di Gaza rinuncino alla lotta per i loro territori semplicemente in cambio della sicurezza personale e familiare. Ciò solleva interrogativi sui vari piani internazionali sul “day after” a Gaza, che sembrano presumere che garantire la sicurezza personale e il sostentamento - cessazione delle ostilità combinata con la fornitura di aiuti, tende e beni di prima necessità - possa stabilizzare il territorio anche senza l'autodeterminazione palestinese.

Quale pace?

Gli intervistati hanno affermato di essere disposti a tollerare anche una soluzione non esattamente coincidente con quella che considerano più accettabile e realistica. Stabilire un equilibrio di potere per garantire che Israele non possa più dispiegare una forza militare sufficiente a dominare il territorio palestinese riconosciuto a livello internazionale è un bene materiale negoziabile che garantirebbe la sicurezza fisica dei palestinesi. “Per quei cittadini di Gaza per i quali il diritto al ritorno è un valore sacro non negoziabile, ma comunque aperto a una reinterpretazione, il riconoscimento israeliano di tale diritto, anche se in gran parte simbolico, fornirebbe una misura di sicurezza per il popolo palestinese, sostenendo ciò che i palestinesi spesso citano come la questione centrale del conflitto, ‘terra e onore’”, riporta l’articolo di Foreign Affairs. Un’apertura di questo genere, sebbene di per sé non sufficiente, potrebbe aprire lo spazio per una pace.

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Al contrario, senza la volontà israeliana di fare alcune concessioni sui valori fondamentali palestinesi e la volontà statunitense di far rispettare i termini di tale accordo, i gazawi continueranno a combattere.

L’inchiesta ha rilevato, dunque, che dopo aver condotto 15 mesi di “guerra totale”, Israele potrebbe essere più lontano che mai dalla pacificazione di Gaza. Questo non solo perché Israele non è riuscito a offrire nulla che assomigli a una strategia politica o a un piano plausibile per un futuro palestinese, ma anche perché la sua azione pare aver ulteriormente radicalizzato la popolazione palestinese. Tra coloro che hanno detto di preferire una conclusione militare a una diplomatica del conflitto ci sono in gran parte chi ha subito morti o è stata vittima di sfollamento. I gazawi, conclude l’inchiesta, “credono che la loro identità e il loro posto nel mondo siano più che mai in pericolo: un sentimento non dissimile da quello che ha ispirato la creazione dello Stato ebraico e ha alimentato la volontà ancora intensa del suo popolo di combattere”.

Immagine in anteprima: Palestinian News & Information Agency (Wafa) in contract with APAimages, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

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